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Siamo a Giugno 2026. Una lampadina brucia ininterrottamente da 125 anni in una caserma dei pompieri in California. Non è un miracolo. È la prova più silenziosa e imbarazzante che qualcosa, nel sistema che ci ha venduto la modernità, non ha mai funzionato come ci è stato raccontato. Cosa succederebbe se i prodotti che usiamo ogni giorno — dai telefoni agli elettrodomestici, fino ai modelli di intelligenza artificiale che oggi guidano le decisioni aziendali — fossero deliberatamente progettati per smettere di funzionare prima del dovuto? Non per caso. Non per limiti tecnici. Ma per scelta. Per profitto. Benvenuti nella storia più lunga e mai risolta del capitalismo industriale: l’obsolescenza programmata. E preparatevi, perché la sua versione più sofisticata è appena arrivata nell’era dell’AI. Scopriamo insieme cosa si nasconde dietro ogni “aggiornamento” 👇


La Grande Truffa che Ha Cambiato il Mondo — Dall’Incandescenza al Consumismo Globale

L’obsolescenza programmata non è un’invenzione recente né una teoria del complotto. È un meccanismo economico deliberatamente ingegnerizzato, documentato e replicato su scala globale per oltre un secolo. La sua storia inizia con una lampadina — e con un accordo segreto che ha riscritto le regole del capitalismo industriale.

  • La lampadina di Livermore — il reperto che accusa: Nella caserma dei vigili del fuoco di Livermore, in California, brilla ininterrottamente dal 1901 una lampadina a incandescenza con filamento in carbonio. Funzionante da 125 anni, è la lampadina con la maggiore durata al mondo, menzionata nel Guinness dei primati. Dagli inizi del ventunesimo secolo genera luce con una potenza di 4 watt. Non è un’anomalia tecnologica: è la dimostrazione concreta che costruire per la durata era possibile — e fu una scelta smettere di farlo.
  • Il Cartello Phoebus — il patto che ha inventato il consumismo: Nel 1924, diverse società attive nella produzione di lampadine — tra le principali General Electric, Tungsram, Compagnie di Lampes, OSRAM e Philips — fondarono il cartello Phoebus, e le società che si adeguarono iniziarono a “programmare” il tempo di vita delle lampadine. La motivazione era brutalmente semplice: nei primi anni Venti del secolo scorso, le società firmatarie erano già in grado di produrre lampadine con una vita stimata di 2.500 ore, ma il raggiungimento di questo standard aveva causato un decremento generalizzato nelle vendite. La soluzione? Limitare la durata delle lampadine a 1.000 ore, dimezzando artificialmente la vita utile di un prodotto che avrebbe potuto durare il doppio — o, come dimostra Livermore, molto di più.
  • La propaganda della “durata ideale”: Fu propalata una verità ufficiale secondo cui mille ore di vita sarebbe il numero “ideale” per far funzionare al meglio le lampadine. Fu azzerata la “biodiversità” di lampadine non ancora standardizzate, esistite fino a quel momento, tutte capaci di durare intorno alle 2.500 ore almeno. Le vendite aumentarono di nuovo, e così i profitti degli azionisti. Nessuno si curò dei danni ambientali causati dall’aumento dei rifiuti elettrici, né dell’immenso spreco di materiali e risorse, né tantomeno del moltiplicarsi dei costi per i cittadini.
  • Da Ginevra al mondo — la replica del modello: Il cartello Phoebus fu sciolto negli anni ’40, ma il suo impatto fu duraturo. L’idea che un prodotto debba “morire” per essere sostituito si diffuse in altri settori: elettrodomestici, elettronica, moda. Quella riunione del 1924 a Ginevra non fu solo un accordo commerciale: fu il prototipo di un intero paradigma economico che ancora oggi governa la produzione globale.
  • Le tre forme dell’obsolescenza moderna: Come ricorda Federconsumatori, le modalità possono essere diverse: si va dall’obsolescenza tecnica, quando un componente fragile si rompe e non può essere sostituito, a quella software, frequente nel settore degli smartphone, dove aggiornamenti rendono i dispositivi sempre più lenti, fino all’obsolescenza estetica, che induce a percepire come “obsoleto” un oggetto perfettamente funzionante solo perché è uscita la versione nuova, più accattivante o alla moda.

Dati a Supporto (Giugno 2026)

Il lascito del Cartello Phoebus si misura oggi in montagne di rifiuti elettronici che crescono a velocità insostenibile.

Secondo il Global E-Waste Monitor 2024 dell’ONU, la produzione mondiale di rifiuti elettronici sta aumentando cinque volte più velocemente rispetto al loro riciclo. Nel 2022 sono state generate in tutto il mondo 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, con un aumento dell’82% rispetto al 2010. Nel 2030 si prevede un ulteriore incremento del 32%, fino a 82 milioni di tonnellate. [Fonte: Erion WEEE / Global E-Waste Monitor ONU, 2024, disponibile su erionweee.it]

Nel 2024, a livello mondiale, solo il 22,3% dei rifiuti elettronici è stato correttamente trattato: oltre 48 milioni di tonnellate di RAEE sono sfuggiti a qualsiasi forma di riciclo, equivalenti a circa 60 miliardi di dollari in materiali non recuperati. Un danno doppio: economico e ambientale. [Fonte: Gruppo Iren / UNITAR, Rifiuti elettronici 2024, disponibile su gruppoiren.it]

In Italia, uno smartphone su tre viene sostituito quando è ancora perfettamente funzionante. Un dato che parla da solo sull’efficacia della macchina del consumo programmato. [Fonte: L’Espresso / Università Bocconi, Obsolescenza programmata smartphone, Marzo 2025, disponibile su lespresso.it]


L’Obsolescenza Tech: Quando il Software Diventa l’Arma

Se il Cartello Phoebus agiva sul filamento di una lampadina, l’industria tecnologica ha trovato uno strumento molto più sottile e pervasivo: il software. Aggiornamenti, patch, compatibilità selettiva: la nuova obsolescenza programmata non rompe il tuo dispositivo dall’interno, lo rende semplicemente “inadeguato” — spesso con un semplice download.

  • L’obsolescenza software — la versione digitale del cartello: Con obsolescenza programmata si intende generalmente l’insieme delle strategie che i produttori di dispositivi possono mettere in campo per ridurre la vita di specifici dispositivi e incentivarne l’acquisto ripetuto. Il meccanismo oggi non richiede più componenti fragili: basta smettere di supportare un sistema operativo, escludere un modello dagli aggiornamenti di sicurezza, o — come nel caso emblematico citato da L’Espresso — far sì che WhatsApp abbia annunciato che dal 5 maggio 2025 la sua app ufficiale avrebbe smesso di funzionare su alcuni modelli di iPhone più datati, tra cui iPhone 5s e iPhone 6.
  • L’obsolescenza psicologica — il marketing come acceleratore: C’è poi una dimensione più sottile. Quella che potremmo definire “obsolescenza psicologica” è propria degli individui ed è alimentata dal desiderio di novità, a volte indotto dal marketing aggressivo delle aziende, che porta i consumatori a considerare datati i dispositivi che sono però perfettamente funzionanti. Il prodotto non si rompe: sei tu a sentirti “obsoleto” per non averlo sostituito.
  • L’Europa reagisce — ma il percorso è lungo: Il 10 luglio 2024 è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE la Direttiva (UE) 2024/1799, nota come “direttiva sul diritto alla riparazione”, che mira a rendere più praticabile e conveniente per i cittadini europei optare per la riparazione anziché la sostituzione, con ricadute positive per l’ambiente e per le tasche degli acquirenti.
  • La nuova etichetta obbligatoria sugli smartphone: Dal 20 giugno 2025 una nuova etichetta è diventata obbligatoria per gli smartphone e i tablet venduti all’interno dell’Unione Europea, con lo scopo di aumentare la visibilità verso i consumatori delle caratteristiche tecniche dei dispositivi che possono influenzarne e determinarne la durabilità.
  • Riparabilità: il mercato che ancora stenta: La cultura del ricondizionato è ancora ostacolata da pregiudizi e il mercato resta poco esplorato dai consumatori. La norma esiste. La mentalità, ancora no.

Dati a Supporto (Giugno 2026)

In Italia, nel 2024, sono state gestite oltre 237.000 tonnellate di RAEE domestici, con un incremento del 2% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, con una media di 6 kg di RAEE raccolti per abitante, l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo europeo. [Fonte: Sustrain, Obsolescenza programmata e impatto ambientale, Marzo 2025, disponibile su sustrain.com]

Nel 2024 l’Italia ha aumentato la raccolta di rifiuti elettronici, ma resta distante dal target UE del 65%, fermandosi al 36%. Il sondaggio Ipsos mostra che un italiano su tre non sa come smaltire i RAEE e molti accumulano dispositivi inutilizzati in casa. [Fonte: Gruppo Iren, Rifiuti elettronici 2025, disponibile su gruppoiren.it]

Solo in Europa, si prevede che nel 2025 saranno scartate oltre 10 milioni di tonnellate di e-waste, con un aumento del 20% della produzione pro capite, da 5,6 kg a 6,7 kg per abitante all’anno. [Fonte: PICVISA / OCSE, Statistiche sui rifiuti 2025, disponibile su trends.directindustry.it]


L’Obsolescenza Entra nell’AI — e Questa Volta Non Si Vede

Ed eccoci al capitolo più recente — e per certi versi più insidioso — di questa storia centenaria. L’intelligenza artificiale, e in particolare i Large Language Model (LLM), ha replicato alla perfezione il modello del Cartello Phoebus. Solo che stavolta l’obsolescenza non si misura in ore di funzionamento di un filamento, ma in versioni di modello, date di deprecazione e dipendenze tecnologiche costruite nelle fondamenta dei sistemi aziendali.

Il ritmo di sostituzione dei grandi modelli linguistici è diventato sbalorditivo. Quando OpenAI ha chiuso i server il 13 febbraio 2026, non ha semplicemente dismesso un modello: ha eliminato l’endpoint API che alimentava circa il 60% delle applicazioni LLM in produzione costruite tra il 2023 e il 2025, deprecando simultaneamente GPT-4, GPT-4o, GPT-4.1 e GPT-4.1 mini, spingendo tutti verso la serie GPT-5.x. Tre anni di integrazioni, prompt engineering, workflow aziendali: resi obsoleti con una comunicazione ufficiale. Il CEO di Anthropic Dario Amodei ha pubblicamente riconosciuto che i numeri di versione dei modelli AI sono spesso confusi: “Ho la sensazione che nessuno abbia ancora capito come dare un nome”, affermando che il versioning poco chiaro è un problema a livello di settore.

Non si tratta solo di confusione comunicativa. Si tratta di un meccanismo strutturale: ogni nuovo rilascio rende il precedente “inadeguato”, ogni deprecazione costringe le aziende a migrare, re-integrare, re-addestrare. Il ciclo è perfetto. E la dipendenza dai grandi provider di LLM espone le organizzazioni a un rischio che va ben oltre il costo di un nuovo smartphone: è la perdita di controllo sui propri processi cognitivi aziendali.

Qual è la risposta intelligente a questo nuovo ciclo di obsolescenza programmata?

La risposta che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza è quella degli Small Language Model (SLM) proprietari: modelli linguistici di dimensioni ridotte, addestrati su dati specifici di dominio, ospitati internamente e completamente sotto il controllo dell’organizzazione che li utilizza.

A differenza degli LLM, che richiedono enormi quantità di dati, potenza di calcolo e infrastrutture cloud costose, gli SLM possono essere eseguiti su hardware più leggero, riducendo significativamente i costi di gestione. Ma il vantaggio più strategico non è economico: è la sovranità tecnologica. Uno dei potenziali rischi degli LLM è l’esposizione di dati sensibili tramite le API. Offrendo un livello di controllo più alto, negli SLM il rischio di perdita di dati è inferiore.

IBM sottolinea che i modelli aziendali “medi” sono inefficaci perché non esiste un’azienda “media”: modelli AI efficaci devono essere costruiti, ottimizzati e implementati in base alle specifiche esigenze organizzative. Molti LLM proprietari sono “black box”, modelli chiusi di cui solo l’azienda che ne possiede può vedere i componenti.

L’approccio più maturo, come emerge dall’analisi del settore, non è scegliere tra LLM e SLM, ma costruire architetture ibride intelligenti. In un’architettura ibrida, gli SLM possono gestire operazioni ripetitive e specifiche, demandando agli LLM solo le richieste più complesse o aperte, ottimizzando così costi e risorse.

La lampadina di Livermore ci ha insegnato che costruire per la durata era possibile, e che qualcuno ha scelto deliberatamente di non farlo. Nell’era dell’AI, quella scelta è ancora disponibile — ma questa volta tocca alle aziende farla, scegliendo di non delegare la propria intelligenza artificiale a qualcuno che ha tutto l’interesse economico a renderla obsoleta.

Dal filamento di carbonio di una lampadina californiana al codice di un modello linguistico dismesso con una notifica API: la storia dell’obsolescenza programmata è la storia del capitalismo industriale che si rinnova senza mai cambiare la sua logica di fondo. Il Cartello Phoebus del 1924 ha inventato il meccanismo. L’industria tech l’ha perfezionato con aggiornamenti software e cicli di sostituzione sempre più rapidi. Oggi, gli LLM dei grandi provider ne rappresentano la versione più sofisticata e meno visibile: ogni deprecazione di modello è un invito obbligato a comprare il nuovo, re-integrare i sistemi, ricominciare da capo.

La buona notizia? Per la prima volta nella storia di questa dinamica, esiste una risposta concreta per chi opera nel mondo dell’AI e dell’impresa: scegliere la sovranità tecnologica attraverso SLM proprietari, costruire su ciò che si controlla, progettare per la durata. Esattamente quello che avrebbero potuto fare — e hanno deliberatamente scelto di non fare — i produttori di lampadine di un secolo fa.

La lampadina di Livermore è ancora accesa. La domanda è: la tua strategia AI sarà progettata per durare o per dover essere sostituita al prossimo aggiornamento?

Hai già vissuto la “migrazione forzata” da un modello AI dismesso? La tua azienda sta valutando soluzioni SLM proprietarie? Condividi la tua esperienza nei commenti — il dibattito è appena iniziato! 👇

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Fonti e Riferimenti